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Gli studenti contro il ddl Gelmini portano alla Camera la loro "AltraRiforma" PDF Stampa E-mail
Scritto da Link Roma   
Mercoledì 06 Ottobre 2010 15:27

"La riforma è fatta di pochi specchietti per le allodole, che mascherano interventi devastanti sull'università pubblica: privatizzazione degli atenei, aumento del potere dei rettori a danno della democrazia, attacco al diritto allo studio con il graduale processo di sostituzione delle borse di studio con i prestiti d'onore. Le risorse per il diritto allo studio sono passate da 246 milioni di euro  del 2009 ai 76 milioni del 2011, e nel frattempo si tenta di trasformare generazioni di studenti in un esercito di indebitati cronici".
Così Claudio Riccio, portavoce nazionale di LINK-Coordinamento Universitario, ha descritto il ddl Gelmini di riforma dell'università alla VII Commissione Cultura della Camera durante l'audizione informale di stamattina. "Il ddl Gelmini non è emendabile - ha affermato - Chiediamo che venga immediatamente ritirato. Ci vuole un'opposizione durissima dentro e fuori il parlamento, a partire dalle mobilitazioni già programmate per il 4, 5 e 6 ottobre, dai cortei insieme agli studenti medi l'8 ottobre e dalla manifestazione con la FIOM del 16 ottobre".
Lo studente ha approfittato dell'occasione per portare ai parlamentari le prime proposte dell'AltraRiforma, il progetto di cambiamento radicale dal basso dell'università italiana che gli universitari stanno costruendo: copertura totale delle borse di studio, diritti per gli studenti lavoratori, referendum studenteschi, uno statuto dei diritti degli studenti universitari, una riforma della tassazione studentesca secondo criteri di equità e progressività.
"Crediamo che l'università vada cambiata radicalmente. - ha spiegato Riccio - Non siamo conservatori, anzi, tant'è che proponiamo un'AltraRiforma dell'università, costruita, al contrario di quella del Governo, in maniera partecipata. Queste sono le prime proposte nate da questo percorso di iniziative e assemblee, riguardanti i temi toccati dalla riforma Gelmini, a cui seguiranno nei prossimi mesi altre idee e progetti in grado di ridisegnare l'università italiana nel suo complesso. Sono tutt'ora oggetto di discussione su www.altrariforma.it"

Leggi qui il testo dell'AltraRiforma.

 
Documento finale dell'assemblea nazionale dei ricercatori

Roma, 17 settembre 2010

L' assemblea ritiene indispensabile:

- che vengano accolte le proposte di riforma e le richieste contenute nel documento del coordinamento della R29A del 10.9.2010: ruolo unico della docenza, finanziamenti per Ricerca e Università, Diritto allo Studio, contratto unico pre-ruolo, distinzione tra reclutamento e progressione di carriera, governance democratica e trasparente

- IL RITIRO degli ingiusti tagli sugli scatti stipendiali - che si fermi l'iter parlamentare, che si apra un confronto e che vengano immediatamente ripristinate le condizioni finanziare per consentire le attività didattiche e di di ricerca.

- che si avvii una discussione pubblica sulla funzione e il ruolo dell'università e della ricerca nel nostro Paese insieme alla scuola e gli enti pubblici di ricerca, a partire dalle tante proposte che questi soggetti possono condividere: dall'autonomia di scelta degli studenti e dall'autonomia e indipendenza della ricerca.

- l'avvio di un grande processo di partecipazione per costruire un'altra riforma dell'università.

- riavviare le procedure di reclutamento e di progressioni ordinarie, nonchè promuovere un reclutamento straordinario basato su un sistema di valutazione trasparente, per consentire un reale rinnovamento del corpo docente

- mobilitarsi in difesa del diritto allo studio, già largamente compromesso, che viene trasformato in privilegio per pochi, in un Paese con un welfare inadeguato a consentire eguali opportunità e garanzie per il futuro.

- mantenere l’indisponibilità alla didattica non obbligatoria non in contrapposizione con gli studenti e le loro famiglie ma al contrario nell’interesse di una riforma diversa che garantisca per davvero il Diritto allo Studio in tutti i suoi aspetti, fino a quando le richieste di cui sopra non trovino risposte adeguate.

- chiedere il rinvio dell’inizio dell’anno accademico, come segnale da parte di tutte le componenti dell'Universtà e presa d'atto dell'impossibilità di un regolare funzionamento dell’università nelle attuali condizioni e prospettive.

Chiediamo a tutto il mondo universitario di non limitarsi ad appoggiare la protesta, ma di prendervi parte attiva, ciascuno con il proprio ruolo e peculiarità nell'interesse generale.

Crediamo che ogni tentativo ed espediente teso ad aggirare il disagio provocato dalle indisponibilità sia un atto contro l'università pubblica.

L'accelerazione dell'iter alla camera richiede una risposta forte e collettiva.

- Fin da subito sarà necessario costruire momenti comuni con gli studenti (assemblee, lezioni in piazza, didattica alternativa, iniziative di protesta e sensibilizzazione) dentro e fuori gli atenei, per accrescere il consenso intorno alla protesta e decidere l'agenda e le forme delle mobilitazioni territoriale coordinandosi anche con i precari, gli studenti e i lavoratori dell'università. In particolare riteniamo cruciali le giornate di inizio ottobre: 4, 5 e 6, anche considerando l'importante mobilitazione degli studenti medi dell'8 ottobre e lo sciopero già indetto nella stessa data.

- proponiamo a tutte le componenti dell'università e del mondo della conoscenza alle forze sociali e politiche che hanno a cuore la sopravvivenza di questo sistema e il suo rilancio di organizzare in coincidenza dell'inizio dell'iter parlamentare del DdL un presidio-manifestazione a Montecitorio .

- L'assemblea ritiene indispensabile avviare un percorso condiviso con la scuola la ricerca e l'università per una mobilitazione comune, che esca fuori dalle mura degli atenei.

Per questo sarà importante connettersi alle altre mobilitazioni in difesa del lavoro, della dignità dei lavoratori e per il bene comune.

 
VOGLAMO POTERE - Manifesto dei sapere contro la crisi

La crisi che stiamo vivendo è allo stesso tempo economica, sociale, ambientale e democratica. È la crisi di un modello di sviluppo perverso, basato sullo sfruttamento dell'uomo e dell'ambiente in nome di un astratto interesse economico. Dopo 30 anni di egemonia del profitto e della competizione individuale sulle forze della solidarietà collettiva, sono ora evidenti a tutti le contraddizioni del modello economico dominante e le fratture profonde da esso generate nella società.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un'Italia in cui la retorica del merito e dell'innovazione nasconde il perpetuarsi di logiche feudali, nell'alleanza tra potentati vecchi e nuovi, basata sulla paura del diverso, sulla diffidenza verso il futuro, sulla guerra tra poveri. Un'Italia disperata, la cui cifra dominante è la mancanza di futuro: il lavoro umiliato da precarietà e disoccupazione, l'ambiente deturpato da grandi opere utili solo a chi le costruisce, i migranti sfruttati due volte, prima sul posto di lavoro e poi sull'arena della competizione politica, i diritti civili negati dall'ossequio alle gerarchie vaticane. Un delitto perfetto, la cui vittima è il futuro della nostra generazione, condannata all'immobilismo sociale e, come un secolo fa, all'emigrazione.

Nella società della guerra tra poveri, dei ricchi sempre più ricchi serve una nuova redistribuzione: da un lato una redistribuzione dei redditi tra ricchi e poveri che elimini privilegi e diseguaglianze, dall'altra una redistribuzione temporale. Se è vero che hanno saccheggiato il passato, depredano il presente, privando di speranze e risorse il futuro, allora è necessaria una redistribuzione temporale da chi ieri a sperperato risorse a chi domani non ne avrebbe. Le contraddizioni di un'intera epoca ci vengono scaricate addosso in maniera irresponsabile, e finora ne siamo stati schiacciati.

È il momento di reagire, di fare uno scatto di maturità, di prendere in mano con decisione il nostro presente e mettere in campo la proposta concreta di un futuro diverso.

Il potere per noi è un verbo, e non un sostantivo. Non reclamiamo poltrone né ci prestiamo a una ridicola guerra tra poveri con i nostri genitori. Ciò che vogliamo è poter alzare la testa, giocare un ruolo finalmente attivo nella nostra società, avere gli strumenti necessari a costruire un mondo all'altezza dei nostri sogni. La precarietà, intersecando questione sociale e questione generazionale livella verso il basso le nostro prospettive di vita, ci impedisce di programmare un orizzonte di miglioramento collettivo. Contro tale schiavitù è necessario mettere in campo il ruolo della cultura, della conoscenza, del ruolo dei saperi.

Dalle scuole, dalle università, dalle accademie, dai centri di ricerca, lanciamo 10 idee, 10 proposte dai saperi contro la crisi, 10 strumenti con cui i soggetti in formazione possono prendere in mano il proprio presente e costruire un futuro diverso per tutti e per tutte.

1.VOGLIAMO POTERE sapere, vogliamo poter coltivare le nostre capacità, crescere in un sistema di educazione che venga considerato un investimento sul futuro e non un ramo secco da tagliare. La grande opera che chiediamo è un massiccio piano di finanziamenti su scuola, università e ricerca, che porti l'Italia al livello di investimenti degli altri paesi europei, all'interno di un generale processo di ripubblicizzazione dei saperi.

2.VOGLIAMO POTERE compiere le nostre scelte di vita in maniera autonoma, liberi dai condizionamenti della famiglia e delle discriminazioni sociali. Serve un nuovo modello di welfare, e in particolare una legge quadro nazionale sul reddito di formazione, strumento di liberazione e autonomia ormai presente nella quasi totalità dei paesi europei.

3.VOGLIAMO POTERE mettere le nostre competenze al servizio del futuro, immaginando e costruendo ogni giorno nuovi mondi grazie al nostro studio e alla nostra capacità creativa. Chiediamo un piano per l'innovazione scientifica e tecnologica. Vogliamo essere liberi di condividere competenze e conoscenze, e vogliamo poterne fruire altrettanto liberamente. Chiediamo che il mondo della formazione pubblica assuma politiche di adozione delle licenze Creative Commons, o di altre forme che esulino dal diritto d'autore.

4.VOGLIAMO POTERE respirare. La crisi ambientale pone un ultimatum all'umanità, e l'ostaggio siamo noi. È ormai urgente ripensare un modello di sviluppo costruito sull'ossessione della crescita e sull'angoscia della competizione. Il primo passo nella transizione verso un'economia a misura d'uomo e di ambiente è l'assunzione di indici alternativi al PIL. Vogliamo processi partecipativi tramite cui i territori, le singole comunità e i soggetti sociali possano avere voce in capitolo su cosa produrre e come.

5.VOGLIAMO POTERE scegliere di avere un lavoro dignitoso, liberi dalla schiavitù della precarietà, mezzo di subordinazione delle nostre vite alle logiche del profitto, di divisione tra i lavoratori italiani e stranieri, di frammentazione esistenzale. Rifiutiamo la logica razzista della guerra tra poveri e chiediamo che venga restituita al lavoro la sua funzione di emancipazione sociale, inserendo la battaglia contro tutte le forme di precarietà in un ambito ampio di politiche sociali e di promozione dell'integrazione.

6.VOGLIAMO POTERE considerare i nostri coetanei europei fratelli e non concorrenti. L'Europa deve diventare uno spazio politico, capace di costruire nuovi diritti sociali e di cittadinanza. La piaga della delocalizzazione e del dumping sociale tra i popoli del continente può essere sconfitta solo dall'unificazione progressiva dei sistemi di protezione. Chiediamo un sistema europeo di tutele sociali e del lavoro, un sistema di servizi, partendo dalla mobilità e dalla distribuzione delle ricchezze e dei redditi, finanziato da una politica fiscale europea.

7.VOGLIAMO POTERE vivere la nostra identità liberamente. Chiediamo che i luoghi della formazione e del lavoro possano essere laboratori di un modello diverso di vivere la socialità . La crisi culturale che stiamo attraversando è portatrice di sottoculture omofobe, razziste, violente, autoritarie e machiste. Riteniamo necessario costruire un piano di diritti e di tutele in grado di rispettare e valorizzare le differenze identitarie. Vogliamo creare una cultura, a partire dalle scuole e dalle università, che trasformi l'attuale società in un luogo collettivo fatto di inclusione sociale e rispetto dei diritti.

8.VOGLIAMO POTERE partecipare alle scelte sul nostro futuro. Rifiutiamo un modello di politica basato sulle gerarchie feudali, sulla fedeltà ai leader e sull'impermeabilità ai movimenti della società. Chiediamo una nuova politica, con l'introduzione di strumenti di democrazia partecipata a tutti i livelli, dai luoghi della formazione a quelli di lavoro, fino alle istituzioni pubbliche.

9.VOGLIAMO POTERE vivere le nostre città in maniera libera e attiva, liberi dai modelli securitari e repressivi ormai egemoni, attivi nella costruzione di relazioni sociali e culturali autonome rispetto ai circuiti commerciali. Reclamiamo città aperte alle libertà personali nel senso più ampio, contro ogni discriminazione. Promuoviamo la restituzione al pubblico di spazi sociali aperti alle realtà attive della cittadinanza, come laboratori per la produzione culturale e artistica innovativa e per la costruzione di un'alternativa di società solidale e partecipata.

10.VOGLIAMO POTERE disporre delle risorse e degli investimenti necessari per la realizzazione di queste proposte, passi necessari per la costruzione di un futuro diverso per tutti e per tutte. Chiediamo la costituzione di un fondo per il futuro, finanziabile tramite il taglio delle spese militari, la tassazione delle rendite finanziarie e delle transazioni internazionali, la lotta all'evasione fiscale, l'emersione del vasto campo dell'economia sommersa e una nuova imposta di scopo, fortemente progressiva, la «tassa per il futuro».

 

 
L'Università in crisi... al tempo della crisi! Analisi dei Tagli

Negli anni della più grave recessione economica della storia occidentale, anche l'università è in crisi; i due eventi sono, però, del tutto scollegati: i tagli che mettono in ginocchio il sistema universitario sono una scelta politica, spesso bipartisan, che ha inizio negli anni '90. Viviamo in uno dei Paesi europei che investono meno in istruzione, formazione e ricerca (1).
La nostra è, però, una nazione con un sistema industriale in crisi, dove le grandi e piccole aziende non investono nella ricerca privata, laddove quella pubblica è sempre più incapace di sostenersi. In questo scenario l'Italia è destinata al declino.
Gli ultimi trent'anni sono stati caratterizzati da sprechi nel settore dell'università: la proliferazione di corsi di studio (2), facoltà, sedi distaccate e nuovi atenei, spesso sulla base di interessi clientelari dei politici locali è stata possibile a causa della mancanza di trasparenza e controllo, grazie alla quale i baroni hanno potuto fare ciò che volevano.
Invece di intervenire introducendo norme che impongano trasparenza e ostacolino l'azione baronale, il Governo sta da un lato tagliando le risorse come mai nella storia (3) e, dall'altro, riducendo l'essenza democratica e la partecipazione interna agli atenei, affidando la totalità dei poteri a rettori e privati. L'intento politico è quello di soffocare le università pubbliche per metterle in ginocchio e imporre una sostanziale privatizzazione, con tasse alte, soggetti privati nei CdA, ricerca impoverita e didattica qualificata. In conclusione stanno procedendo con l'abolizione dell'università pubblica.

 

I TAGLI della l.133/08 e il "contentino" di 400 mln

La difficilissima situazione economico-finanziaria delle Università italiane, a seguito dei tagli operai dalla L. 133/08 (che ci ha visto scendere nelle piazze italiane, occupare Atenei sotto il nome “Onda”) e confermati dalla Manovra economica (DL 78 del 31 maggio scorso), l'attacco senza precedenti al settore del pubblico impiego con i provvedimenti del Ministro Brunetta, il congelamento di scatti stipendiali per docenti e tecnici-amministrativi e il ddl Gelminl, non danno prospettive per il futuro della nostra Università pubblica.
Madre della politica dei tagli, o della retorica “lotta agli sprechi” in salsa tremontiana, è la Legge 133/08 che prevedeva tagli per quasi 1. 5 mld di euro all'FFO (4), da realizzarsi in 5 anni (2009-2013). I tagli già operati per gli anni 2009 e 2010 hanno adempiuto in maniera determinante al compito “ideologico” del Governo, quello della riduzione del potere contrattuale dei rettori italiani, spaccando la CRUI (5) e mettendo le Università in competizione fra loro nel difficile tentativo di strappare il “taglio minore”. L'antica politica del “dividi et impera”.
A poco è servito l'intervento – salutato positivamente dalla CRUI – di 400 milioni di euro attribuite alle Università statali a parziale reintegro, per il solo 2010, del taglio di 678 milioni previsto dalla manovra dell'anno scorso e non prevede alcuna integrazione per gli atenei non statali. Uno stanziamento ben al di sotto delle reali esigenze delle Università chiamate a fare i conti con bilanci in rosso.
A fronte di una situazione di probabile collasso finanziario (6), la Manovra economica (DL 78) non prevede alcun intervento a sostegno delle Università pubbliche, sebbene nella prima versione del testo fosse previsto un recupero parziale dei tagli pari a 700 milioni di euro.
Si realizza, quindi, un taglio generalizzato che abbatte sugli Atenei, costretti nel giro di poco tempo a dover evitare uno sbilanciamento strutturale dei bilanci, a fronte di spese fisse (vedi stipendi) difficilmente comprimibili nel breve periodo ed a sprechi – che seppur presenti e denunciati costantemente da LinK – non raggiungono l'entità dei tagli.

Di conseguenza, se quasi il 90% dell'FFO viene speso in stipendi, risulta facile immaginare che:

• il taglio ad opera del Governo porta ad un aumento fisiologico della quota del 90%, che individua la virtuosità degli atenei
• per giungere ad un sempre più lontano pareggio si rende necessario comprimere le spese fisse (servizi a studenti) e incrementare le entrate correnti (tasse e contribuzione)

Tutti contro tutti... e la chiamavano meritocrazia
Dopo le proteste dell'Onda nell'autunno 2008, il Governo aveva scelto la strada del “contentino mediatico” intervenendo con il DL 180/08, poi legge 1/09, a modifica del turn-over (di cui parleremo), di un investimento una-tantum sul diritto allo studio (a copertura totale delle borse di studio) e garantendo una ripartizione su base “meritocratica” di una quota fissa del'FFO, che ricordiamo esser stato tagliato dalla l. 133/08.
A decorrere dall'anno 2009, al fine di promuovere e sostenere l'incremento qualitativo delle attività delle università statali e di migliorare l'efficacia e l'efficienza nell'utilizzo delle risorse, una quota non inferiore al 7 per cento del fondo di finanziamento ordinario [..] con progressivi incrementi negli anni successivi.
Mentre ancora si aspettano le modalità di distribuzione della quota per il 2010 (siamo a luglio) sulla base di criteri definiti ex post e non in grado di definire livelli “qualitativi” da raggiungere, per il 2009 la distribuzione di tali risorse è avvenuta non tenendo conto delle differenze strutturali fra Nord e Sud e fra Atenei multidisciplinari e Politecnici e utilizzando dati molto spesso superati.
E' bene precisare che la “valutazione”, di cui tanto si parla, non può essere osannata costantemente. I criteri devono essere innanzitutto condivisi ed ex ante, così da permettere un adeguamento delle politiche dei singoli Atenei ed una valutazione sulla base del percorso intrapreso.
Nel 2009, sulla base dei parametri e delle classifiche definite dal Ministero, si è avviata una concorrenza sfrenata volta all'accaparramento delle risorse (una guerra fra poveri, considerato che la redistribuzione avviene sulla base di un FFO consistentemente decurtato) fra “atenei virtuosi” e “atenei non virtuosi”.
Fra i 27 Atenei “non virtuosi” figurano solo 3 Atenei del Nord, 5 del Centro e ben 19 del Sud: ad essere penalizzato è, ancora una volta, il Meridione.
Ci interroghiamo su dove siano la qualità e la meritocrazia se, al di là delle parole e della retorica, i criteri sono:
• numero di crediti acquisiti nel corso del primo anno (40 cfu). Le Università finirebbero, al fine di accaparrarsi più risorse, per incoraggiare le “promozioni facili”. A dispetto della fantomatica meritocrazia tanto sbandierata dal Ministro.
• il tasso di occupabilità dei laureati a 3 anni dalla Laurea. I dati utilizzati sono aggiornati al 2004 e non tengono conto dell’endemica condizione socio-economica del territorio. Va da sé che le Università del Mezzogiorno, in un contesto di mancanza di posti di lavoro, verranno penalizzate. Anziché puntare sulla qualità e sulla formazione nelle zone più disagiate del nostro paese, si continua a tagliare.
• la valutazione della qualità della ricerca. Non si tiene per nulla conto, tuttavia, di quei progetti finanziati a livello regionale ed europeo (da un lato il Sud riceve fondi per la ricerca nelle aree sottosviluppate e dall'altro lo Stato, paradossalmente, taglia risorse). In questo caso, i dati utilizzati presi in esame sono addirittura quelli del 2001-2003.


La manovra economica 2010

Si è dibattuto molto nelle ultime settimane sullo status giuridico ed economico dei ricercatori, già oggetto dei pesanti provvedimenti previsti dal Disegno di Legge Gelmini. Tuttavia, la manovra economica del Governo, che ricordiamo non prevedere prospettive per il futuro del nostro paese e che penalizza solo le fasce più deboli della popolazione, si abbatte come una spada di damocle sul mondo universitario. Se da un lato, infatti, si confermano i tagli operati dalla L. 133/08, dall'altro si interviene peggiorando la condizione economica del personale che lavora all'interno dell'Università (significativamente per i giovani ricercatori, i precari e per i tecnici amministrativi). Per tutto il personale, contrattualizzato e non, è previsto il congelamento dello stipendio a quanto ordinariamente percepito nel corso del 2010 ed il blocco della contrattazione collettiva (e di conseguenza dell'adeguamento economico dei contratti) per i prossimi 3 anni. I giovani ricercatosi – che hanno uno stipendio di base ad inizio carriera di circa 1.200 – sono di conseguenza estremamente penalizzati sulla carriera futura.

 

Il Tetto del 90%

Fra gli interventi “riparatori” operati dalla l. 1/2009, si prevede il blocco delle assunzioni per le università che superino il tetto del 90% di FFO per le spese relative al personale: non vengono colpiti gli atenei con i conti in rosso ma – in linea generale – tutti quelli che spendono troppo per i dipendenti. Per far fronte alle oggettive esigenze di personale tecnico-amministrativo, che in quasi tutti gli Atenei italiani risulta essere in sotto-organico, si ricorre continuamente all’escamotage dei co.co.co, precarizzando sempre più il pubblico impiego. Tuttavia, se sino allo scorso anno era possibile “assumere” precari senza alcun vincolo di spesa (se non legati alla programmazione annuale del fabbisogno annuale di personale di ogni singolo ateneo), con la Manovra economica si interviene ponendo dei vincoli economici: si potrà assumere per una quota pari al 50% di quanto speso nel 2009. (7)
Per gli Atenei che non sforano il 90% del FFO, le assunzioni dovranno rispettare il 50% del turn-over. Diventa, tuttavia, necessario ribadire come tali vincoli comporteranno una forte riduzione dell'offerta formativa, non legata a criteri quantitativi ma alla sola anzianità della classe docente. Di conseguenza, in mancanza di nuove risorse per il reclutamento, più vecchi saranno i docenti di un corso di laurea, maggiori saranno le possibilità che quello stesso corso potrà subire delle modifiche o addirittura giungere alla chiusura per la mancanza di docenti in servizio.
La Manovra economica, inoltre, interviene anche per quanto concerne le famose “permanenze in servizio” dei docenti over- 70 anni. Se la legge 133/08 interveniva prevedendo criteri per la concessione dei due anni di permanenza in servizio(8), la Manovra economica riconduce tale permanenza ad una “nuova assunzione”. Di conseguenza, per gli Atenei sarà possibile concedere la permanenza in servizio solo se rispettosi del tetto del 90% e la remunerazione dovrà essere decurtata dalla quota destinata alle nuove assunzioni (quota che – in relazione alla politica del turn-over – è decurtata del 50%). Ogni trattenimento, quindi, bloccherà due nuovi accessi dall'esterno.
Il Fondo di Finanziamento Ordinario 2010, i tagli del 2011 Il fondo di finanziamento ordinario del 2010 è stato ripartito con la nota ministeriale del 13 Settembre 2010 e prevede stanziamenti per un totale di 7,1 miliardi di euro, 400 milioni di euro in meno dello scorso anno, in linea con i tagli della legge 133/08. Inoltre è stabilita una quota pari al 10% del FFO (720 milioni di euro) da destinare agli atenei in base al soddisfacimento di determinati requisiti di merito nella didattica e nella ricerca. Il forte aumento di stanziamenti di questo tipo a fronte di una diminuzione del fondo totale comporta l'aggravarsi della situazione degli atenei in crisi, i quali hanno una bassa qualità della didattica o della ricerca, provocando un peggioramento ulteriore della loro situazione. Questo provvedimento potrà inoltre acuire le diseguaglianze fra atenei del nord e del sud Italia e fra atenei “virtuosi” e non. Le previsioni riguardo all'importo totale destinato alle università nel 2011 permettono di osservare una
situazione fortemente critica:
– Diminuzione del FFO di 316 milioni dovuti ai tagli operati nel 2008.
– Fine dell'applicazione dei fondi di cui alle legge n. 247/07 (finanziamento riequilibrativo per le università firmata dai ministri Mussi e Padoa Schioppa) di 550 milioni all'anno dal 2008 al 2010.
– Ad oggi non sono previsti stanziamenti straordinari di bilancio come i 400 milioni del 2010, prelevati tramite scudo fiscale.
In base a questi calcoli, l'FFO previsto per il 2011 dovrebbe attestarsi intorno a 6,1 miliardi, con un maxitaglio di 1 miliardo di euro. Questo in un periodo nel quale molti atenei hanno già dovuto fronteggiare i tagli attraverso cospicui aumenti delle tasse o attraverso la compressione di spese specifiche come i servizi agli studenti. La situazione per il 2012 prevede un ulteriore taglio di 417 milioni al fondo di finanziamento ordinario. Risulta pertanto difficile immaginare un'uscita dalla crisi del sistema universitario italiano con queste prospettive di finanziamento. Dall'altra parte si può immaginare facilmente il progressivo peggioramento della condizione studentesca legata alla diminuzione dell'investimento in diritto allo studio e all'aumento della contribuzione. L'unica strada che sembra percorribile per le università statali è quella di una privatizzazione effettiva.

 

 
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